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venerdì 24 novembre 2017

“Un piccolo intervento vittorioso”


Analisi dell’intervento dell’Arabia Saudita nello Yemen
Vojna Istorija Politika 
Intervento nello Yemen
La guerra nello Yemen è poco coperta dai media mondiali, la cui attenzione è attirata dai combattimenti in Siria e Iraq. Tuttavia, l’aggressione scatenata dalla coalizione a guida saudita contro la repubblica è uno dei più grandi conflitti armati del nostro tempo e ha messo in pericolo la vita di milioni di cittadini della repubblica. L’intervento nello Yemen fu il risultato della rivolta degli huti che rovesciò il presidente pro-sauditi Hadi nel gennaio 2015 e concluse un’alleanza con i sostenitori dell’ex-presidente Salah, dalla cui parte c’era l’esercito dello Yemen. Il 15 febbraio, gli huthi lanciarono l’assalto ad Aden, nel sud del Paese e nuova capitale delle forze fedeli ad Hadi. Il 21 febbraio, Hadi fuggì da Sana ad Aden, che però fu quasi completamente presa dagli huti il 25 marzo. Hadi fu costretto a fuggire dal Paese. L’avvento al potere degli huti, che professavano l’islam sciita e stabilirono immediatamente relazioni amichevoli con l’Iran, destò l’allarme nella vicina Arabia Saudita. Riyadh non poté perdonare i vicini per il rovesciamento del fantoccio Hadi. All’inizio di febbraio iniziò il trasferimento di truppe al confine con lo Yemen. La situazione fu aggravata dal fatto che le province yemenite che confinavano con l’Arabia Saudita erano abitate da sciiti, che, influenzato dai correligionari yemeniti, erano pronti alla rivolta contro Riyadh. Hadi si appellò ai sauditi e parlando alla Lega araba chiese l’ingresso di truppe straniere nello Yemen al fine di riprendere il potere. Quindi, il presidente in fuga divenne essenzialmente un collaborazionista dei sauditi.

giovedì 23 novembre 2017

E’ nei Caraibi il nuovo paradiso dei security contractors

mercoledì 22 novembre 2017

Libia: Che cosa ha mai fatto l’Onu per i migranti (a parte accusare l’Italia)?

  • di Leone Grotti
L’Alto commissario Onu per i diritti umani ha gettato addosso a Roma la responsabilità per le condizioni terribili dei migranti nei centri di detenzione libici. Ma Roma ha fatto molto più dell’Onu per loro
Su un fatto non c’è dubbio: i centri di detenzione dove le autorità libiche o le milizie ad esse collegate tengono rinchiusi i migranti che vorrebbero partire per l’Europa sono disumani. Non lo scopriamo oggi, già a inizio anno erano stati realizzati reportage che documentavano le terribili condizioni di vita di chi è in attesa di imbarcarsi su un gommone per un viaggio disperato. Ma questo non dà diritto all’Onu di scaricare tutta la colpa sull’Italia e sull’Europa.
LE ACCUSE DELL’ONU. Ieri, come già fatto in passato, l’Alto commissario Onu per i diritti umani, Zeid Raad Al Hussein, ha denunciato la condizioni «terrificanti» dei campi di detenzione parlando di «orrori inimmaginabili», soprattutto in seguito ad un filmato pubblicato della Cnn. Il Commissario ha poi aggiunto che «la sofferenza dei migranti detenuti in Libia è un oltraggio alla coscienza dell’umanità» e la politica di Ue e Italia «rischia di condannare molti migranti a una prigionia arbitraria e senza limiti di tempo, esporli alla tortura, allo stupro, costringerli al lavoro, allo sfruttamento e al ricatto». Il riferimento è all’accordo fatto da Roma, previo consenso di Bruxelles, con il legittimo governo di Tripoli per fermare le partenze dei barconi.

martedì 21 novembre 2017

La “Grande Eurasia” di Putin: prospettive e limiti


Putin

16 maggio 2017
Dal Mediterraneo all’Estremo Oriente, passando per Ucraina e Siria. La Russia continua ad allargare la propria sfera d’influenza. Ma fin dove può spingersi?

di Rocco Bellantone
Nel suo celebre romanzo 1984 lo scrittore britannico George Orwell individuava nell’“Eurasia” una delle tre superpotenze in lotta per il dominio sul mondo al termine della guerra atomica scoppiata negli anni Cinquanta del secolo scorso. Retta da un governo “neobolscevico” sorto dall’implosione del Partito Comunista dell’Unione Sovietica, nell’immaginario di Orwell l’Eurasia abbracciava l’Europa intera – a eccezione del Regno Unito – spingendosi lungo l’Asia settentrionale fino allo stretto di Bering, la striscia dell’Oceano Pacifico che separa la Russia dagli Stati Uniti.

Nella visione geopolitica del presidente russo Vladimir Putin, la “Grande Eurasia” è destinata a espandere la propria influenza oltre i confini orwelliani: a sud dell’Europa nel cuore del Mediterraneo; in Medio Oriente verso la Siria; in Asia Centrale ed Estremo Oriente, dove l’obiettivo è raggiungere una convivenza win-win con il gigante cinese. Muovendosi nella direzione opposta rispetto a Stalin, Putin sta spostando gli interessi strategici della Russia verso Oriente, riportando in auge il vecchio sogno degli Zar.

lunedì 20 novembre 2017

Haftar, Gheddafi, Salamé: tre uomini chiave per una Libia unita

Il generale che comanda la Cirenaica, il figlio dell'ex rais Saif Al Islam e il nuovo inviato ONU ed ex ministro libanese, potrebbero essere decisivi per una svolta unitaria del paese.

27 giugno 2017 i Alfredo Mantici


Sabato 24 giugno un nuovo tassello si è aggiunto al disegno del generale Khalifa Haftar di conquistare il controllo completo della Libia orientale con l’occupazione pressoché totale della città di Bengasi. Le truppe della Lybian National Army al suo comando, dopo tre anni di dura lotta hanno conquistato il quartiere di Souq Al Hout, una delle ultime posizioni tenute dalla Benghazi Defence Brigade, una milizia islamista che, con l’appoggio finanziario del Qatar, era riuscita nel 2014 ad assumere il controllo della città da cui era partita la alsa rivolta contro Muhammar Gheddafi nel 2011.

La sconfitta degli islamisti di Bengasi probabilmente non è estranea al blocco totale imposto dall’Arabia Saudita, dagli stati del Golfo e dall’Egitto all’Emirato del Qatar, accusato non solo di sostenere il terrorismo islamista e gli estremisti della Fratellanza Musulmana in Nord Africa e Medio Oriente, ma anche di intrattenere ambigui rapporti di cooperazione con il regime sciita degli ayatollah iraniani.

Da due settimane, da quando cioè è stato imposto il blocco a Doha, tutti i flussi di finanziamento clandestino e di sostegno logistico alle milizie che in Libia, Siria e Iraq lottano per l’affermazione del Califfato islamico si sono interrotti. La perdita di Bengasi è una delle prime e più vistose conseguenze di ciò, visto che il generale è alleato privilegiato dell’Egitto del presidente Al Sisi, tra i principali attori regionali della guerra all’Islam salafita e uno degli ispiratori dell’offensiva diplomatico-commerciale contro il Qatar.

Mentre Haftar consolida il suo controllo sulla regione, in nome e per conto della House of Representatives di Tobruk, il parlamento della Cirenaica si ostina a non considerare legittimo il governo retto da Tripoli da Fajez Al Serraj. In questa impasse, le Nazioni Unite hanno deciso di nominare un nuovo inviato speciale nel paese, nel tentativo di dare nuovo impulso al processo di riunificazione delle fazioni che continuano una guerra civile di “bassa intensità” per assumere il pieno controllo della Libia.

SWITZERLAND-LIBYA-CONFLICT-RIGHTS-UN 
(l’ex inviato ONU in Libia, Martin Kobler)

domenica 19 novembre 2017

Libia. Commissione per i Diritti umani, ‘28 cadaveri trovati nella zona di Wearshefana

di Vanessa Tomassini –
L’appello del presidente del Consiglio supremo delle Tribù di Warshefana, Abu Amid al-Mabrouk, sul nostro giornale è valso a poco o nulla. La regione di Warshefana, infatti è stata sconvolta da crimini di guerra inenarrabili. Ancora una volta siamo costretti a dover parlare di cadaveri, di civili, di uomini, donne e bambini colpevoli di trovarsi al momento sbagliato nel posto sbagliato. “Ventotto corpi sono stati ritrovati nella zona di Wadi al-Hira a ovest della regione di Warshefana”.

sabato 18 novembre 2017

Craig Roberts: Militari e Cia, Fbi e Israele: la verità sulla fine di Kennedy

12 novembre 2017
Cari lettori, alcuni di voi stanno insistendo perché io continui a occuparmi della storia della sparatoria di Las Vegas, mentre altri mi chiedono come agire per sostenere il rilascio dei documenti relativi all’assassinio del presidente Kennedy. Apprezzo il fatto che voi siate interessati e insoddisfatti delle dichiarazioni ufficiali. La mia risposta è che già sappiamo molto di più di quanto sia scritto nei file, grazie ad esaurienti ricerche, quali il libro di James W. Douglass “Jfk and the Unspeakable” (Simon&Schuster, 2008). La mia risposta è anche che, indipendentemente da cosa sappiamo o quali siano i fatti, la versione ufficiale non verrà mai cambiata. Per esempio, sappiamo come fatto inconfutabile che Israele attaccò la Uss Liberty, infliggendo enormi perdite fra il personale della Us Navy, mentre il governo degli Stati Uniti continua a sostenere che si sia trattato solo di un errore, nonostante le dichiarazioni inequivocabili a sostegno del contrario da parte della Moorer Commission, diretta da Tom Moorer, ex comandante delle Operazioni Navali e capo degli Stati Maggiori Riuniti statunitensi.
Jim DouglassLa mia risposta è anche che sarebbe meglio spendere tempo tentando di prevenire sul nascere le cospirazioni, come quella dell’infinita sequenza di bugie e accuse contro la Russia, che stanno trasformando un paese amico in un nemico e stanno rinnovando il rischio di un Armageddon nucleare. Infatti, la più grande teoria cospiratoria in corso è quella – che viene dal complesso militare e di sicurezza, dal Comitato Democratico Nazionale, e dalla “presstituzione” mediatica – secondo la quale la Russia, in combutta con Donald Trump, abbia manomesso le elezioni presidenziali statunitensi. Il governo russo sa che questa è una bugia, e nel momento in cui vede una bugia, ripetuta infinitamente da ormai un anno senza nemmeno uno straccio di prova a sostegno, il governo russo concluderà ovviamente che Washington sta preparando alla guerra il popoloamericano. Mi è impossibile immaginare una politica più incosciente e sconsiderata di quella di distruggere la fiducia della Russia verso le intenzioni di Washington. Come ha detto Putin, la più grande lezione che gli ha insegnato la vita è che «se una battaglia è inevitabile, colpisci per primo».