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martedì 10 novembre 2015

Libia. Caos a Tripoli, le fazioni non vogliono l’accordo. Ban Ki-moon sostituisce Leon con Mar­tin Kobler

5 novembre 2015
di Enrico Oliari –
libia kobler grande
E’ ormai evidente che mesi di incontri e di colloqui promossi dal mediatore dell’Onu Bernardino Leon sulla Libia non hanno sortito l’effetto desiderato: la situazione è quella di sempre, con i due governi, quello “di Tripoli” e quello “di Tobruk” che ancora si combattono, e con le molte tribù distinguibili fra quelle che appoggino l’uno o l’altro o che semplicemente stanno a guardare, magari sostenendosi con ogni genere di traffico.

L’accordo raggiunto dalle parti il 29 settembre, che comportava la tregua e soprattutto l’avvio di un governo di unità nazionale, è fallito a causa dell’ostruzione delle fazioni che partecipano al parlamento “di Tripoli”, islamista, guidato da Khalifa al-Ghweil e riconosciuto da Qatar e Turchia. La situazione nella capitale libica è tesa al punto che ieri vi è stato uno scontro a fuoco nei pressi dell’ufficio del premier al-Ghweil tra i miliziani della Bri­gata Rivo­lu­zio­na­ria guidata da Hai­tham Tajouri e quelli della Brigata al-Mahjub di Misu­rata. Erano stati questi ultimi a costringere nell’agosto 2014 il parlamento eletto nel giugno precedente a ritirarsi a Tobruk dopo aver sconfitto i combattenti della tribù di Zintan, e sempre loro hanno recentemente sottoscritto gli accordi di Leon, di fatto avvicinandosi agli ex-nemici di Tobruk. Subito dopo la firma dell’accordo a Tripoli i gruppi contrari avevano eretto barricate e si erano abbandonati a scontri. Il 27 ottobre è stato abbattuto dal “fuoco amico” un elicottero con a bordo tre alti comandanti dei miliziani “di Tripoli”, in quello che è stato ritenuto un regolamento di conti interno a Fajir Libia, sigla che raccoglie i gruppi islamici armati (fra i quali Ansar al-Sharia) che sostengono il governo della capitale.
Uomini armati della Bri­gata Rivolu­zio­na­ria di Tri­poli ieri hanno anche rapito il mini­stro della Pia­ni­fi­ca­zione Moham­med al-Gaddar, accusato di cor­ru­zione e inti­mi­da­zioni.
I depu­tati del parlamento “di Tripoli” (Gnc, Congresso generale nazionale) se la sono presa poi con il segretario generale delle Nazioni Unite Ban-Ki-moon per “l’insi­stenza nel con­ti­nuare la media­zione nono­stante sia sca­duto il man­dato di Bernardino Leon e l’incarico sia stato affi­dato al suo suc­ces­sore Mar­tin Kobler, cosa che potrebbe far crol­lare l’intero pro­cesso di dialogo”.
Naufragato infatti il terzo tentativo di far accettare a Tripoli l’accordo del 29 settembre, il Palazzo di vetro ha revocato l’incarico, tra l’altro scaduto, allo spagnolo Leon rimpiazzandolo con il tedesco Mar­tin Kobler: come primo impegno avrà quello di fare un nuovo tentativo, il quarto, per far ragionare i tripolitani.
Il “Governo di accordo nazionale”, annunciato da Leon il 9 ottobre e con la Pesc Federica Mogherini pronta a versare 100 milioni di euro dei contribuenti europei, è così ancora sulla carta, nonostante siano già stati indicati il premier Faiz al-Siraj, ministro nel governo “di Tobruk”, e i tre vice-primi ministri che partecipano al “Consiglio di Presidenza” di guida del gabinetto, cioè Ahmed Maetiq, di Misurata, membro Congresso “di Tripoli” e quindi rappresentante della Tripolitania, Moussa Kony, rappresentante del Fezzan, indipendente, e Fatj Majbari, rappresentante della Cirenaica.
In questa complessa e difficile fase la Libia ha così tre premier, dal momento che alla guida “di Tobruk” vi è ancora Abdullah al-Thinni, e due capi dell’esercito, Hai­tham Tajouri (Tripoli) e Khalifa Haftar (Tobruk). Quest’ultimo è considerato dai suoi detrattori come un’espressione della Cia in quanto è stato liberato dagli americani nel 1987 in Ciad, dov’era stato fatto prigioniero in occasione della Guerra delle Toyota, ed è rimasto negli Usa fino al 2011, quando è rientrato in Libia per comandare la piazza rivoltosa di Bengasi.
L’azione diplomatica dell’Onu continua ad essere preferibile rispetto ad un intervento militare, in quanto si rischierebbe di coalizzare i molti gruppi armati contro un solo nemico, cioè la comunità internazionale, in una guerra di improbabile soluzione.

Fonte: http://www.notiziegeopolitiche.net/?p=57665

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