Translate

mercoledì 13 settembre 2017

La foglia di fico dei caschi blu in Libia

8/9/2017
Hani Amara / Reuters 
 
Ora che il vaso di Pandora delle nefandezze perpetrate nei lager libici è stato aperto, ecco iniziata la corsa alla riscoperta, tardiva, dei diritti umani, calpestati o comunque considerati un optional, in nome di una sicurizzazione del problema-migranti.
Dalla sua residenza di Tunisi (!) l'inviato delle Nazioni Unite per la Libia fa sapere che riterrebbe importante la messa sotto controllo dei centri di detenzione libici oltre che di un territorio dove a dettar legge sono oltre 200 tra milizie e tribù in armi, inviando un contingente di caschi blu dell'Onu.
Ma l'inviato che sta a Tunisi sa cosa significa "bonificare" il territorio libico? Sa che in Libia esistono due governi, due parlamenti e uno Stato (fallito) di fatto tripartizzato (Cirenaica, Tripolitania, Fezzan)? Parlare di 200-300 caschi blu a protezione della missione Onu a Tripoli è la classica foglia di fico (in divisa) che prova a mascherare una débacle politica, diplomatica, operativa delle Nazioni Unite.

Chi ha fatto esperienza sul campo (e non nei salotti mediatici) e sa di guerra e missioni di peace enforcing (imporre la pace anche con la forza) conviene sul fatto che, stabilizzare la Libia vuol dire investire sul terreno, e per un tempo calcolato in anni, non meno di 50mila uomini. E quale Paese è disposto a tanto? L'Italia? Gli ipotetici caschi blu dovrebbero avere regole d'ingaggio attive, nel senso che dovrebbero essere attrezzati ad azioni volte a contrastare milizie, tribù, organizzazioni criminali che oggi fanno affari usando buona parte del territorio della Libia per ogni tipo di traffico: armi, benzina, droga, essere umani. Contrastarli significa combattere. E mettere in conto la perdita di vite umane: cinquanta a settimana, è il calcolo di chi in missione c'è stato veramente e sui fronti più caldi del pianeta.
Come in Afghanistan, ancor peggio dell'Afghanistan. E c'è dell'altro. Va dato atto al vice ministro degli Esteri con delega alla Cooperazione internazionale, Mario Giro, di essere andato controcorrente rispetto alla marea sicurista, parlando esplicitamente della Libia come un inferno per i migranti e del fatto che l'Italia non poteva non porsi il problema di dove stava ricacciando indietro i disperati intercettati sulla rotta del Mediterraneo.
Con una consequenzialità che gli fa onore, Giro, che si è sempre discostato dal fronte dei demonizzatori delle Organizzazioni non governative, propone ora di affidare alle Ong il controllo dei 50 (numero in difetto) accertati centri di detenzione dei migranti aperti in Libia. L'intenzione è nobile ma, a parte l'indisponibilità di signori della guerra rivestiti da statisti e, soprattutto, dei capi tribù subito pronti a gridare, come ha fatto l'uomo forte della Cirenaica, il generale Khalifa Haftar, a una sovranità nazionale libica violentata dai neocolonialisti; a parte, e già è tanta roba, questo, come e chi garantirebbe la sicurezza degli operatori? Ciò che esce dalla porta rientra dalla finestra: servirebbero uomini in armi. Tanti. E con regole d'ingaggio finalizzate alla bonifica del territorio (e non solo al controllo).
Il tutto appare francamente improbabile (e poi chi lo dice a quanti questa estate hanno trattato le Ong come gente in affari con gli scafisti, che si fa marcia indietro e si affida alle Ong di essere gli angeli dell'inferno libico? Queste uscite danno però conto di un imbarazzo che cresce. Cos'altro occorre sapere per esprimere un sentimento di indignazione? Per restare umani. Per affermare che rendere invisibili milioni di esseri umani può aiutare un governo a galleggiare, può portare acqua al mulino di chi si fa vanto di aver arrestato una (fantomatica) "invasione".
Ma questa narrazione da post-verità una cosa non può fare: salvare le nostre coscienze. Come non potè farlo per i tanti tedeschi che, di fronte all'immane tragedia dell'Olocausto, provarono a dire: "Noi non vedevamo, noi non sapevamo" che quella cenere che usciva dai camini dei lager nazisti era ciò che restava di esseri umani. Non c'è statistica che possa cancellare la vergogna di chi sa ma non solo non fa nulla per porre fine a questo scempio di vite umane, di dignità cancellata, di brutture indicibili, ma addirittura molti di quegli aguzzini finanzia avendoli trasformati nei "Gendarmi" delle nostre frontiere esterne.
La Libia è un inferno. E chi governa l'Italia ne è consapevole. Come si fa a non provare un moto di orrore, di rabbia, di dolore, d'indignazione alla lettura dell'ultimo rapporto di Medici senza Frontiere? Come si fa a non scendere in piazza per sostenere che ciò che avviene nei lager libici è ciò che più si avvicina a quello che avveniva nei campi di sterminio nazisti!
Nei campi "ufficiali" di detenzione dei migranti in Libia, nei quali vengono rimandate le persone intercettate dalla Guardia costiera libica, finanziata e addestrata dall'Ue, si verificano stupri e torture. A denunciarlo è stata Joanne Liu, presidente internazionale di Medici Senza Frontiere, in una conferenza stampa a Bruxelles.
Nei campi di detenzione, ha detto, "le donne incinte vengono stuprate. Vengono particolarmente prese di mira, prese e violentate". Liu ha parlato di "crudeltà sistematica" e di "torture. So - ha aggiunto - che non ci sono bacchette magiche, ma almeno bisogna smettere di rimandare le persone in quella terra da incubo che è la Libia" oggi.
Per la Liu, "i leader europei", che "si rallegrano perché meno persone arrivano sulle coste" italiane, sono "complici e vogliamo che ne rispondano". La presidente di Msf ha inviato una lettera aperta ai leader europei:
"Ho visitato un certo numero di centri ufficiali di detenzione la settimana scorsa e sappiamo che questi centri di detenzione ufficiali sono solo la punta dell'iceberg - scrive - le persone vengono considerate semplicemente materia prima da sfruttare. Vengono stipate in stanze scure, luride, senza ventilazione, vivono uno sull'altro".
La lettera aperta è stata inviata da Msf anche al presidente del Consiglio Paolo Gentiloni, oltre che a tutti gli altri leader degli Stati membri e alle istituzioni dell'Unione Europea per denunciare le atroci sofferenze che le loro politiche sulla migrazione stanno alimentando in Libia.
''Il dramma che migranti e rifugiati stanno vivendo in Libia dovrebbe scioccare la coscienza collettiva dei cittadini e dei leader dell'Europa'', si legge nella lettera firmata anche da Loris De Filippi, presidente di Msf in Italia, oltre che da Liu. ''Accecati dall'obiettivo di tenere le persone fuori dall'Europa, le politiche e i finanziamenti europei stanno contribuendo a fermare i barconi in partenza dalla Libia, ma in questo modo non fanno che alimentare un sistema criminale di abusi''.
Msf assiste le persone nei centri di detenzione di Tripoli da più di un anno e ha visto questo schema di detenzione arbitraria, estorsioni, abusi fisici e privazione dei servizi di base che uomini, donne e bambini subiscono in questi centri, spiega l'organizzazione in un comunicato.
''La detenzione di migranti e rifugiati in Libia è vergognosa. Dobbiamo avere il coraggio di chiamarla per quello che realmente è: un'attività fiorente che lucra su rapimenti, torture ed estorsioni'' continua la lettera aperta di Msf. ''Le persone sono trattate come merci da sfruttare. Ammassate in stanze buie e sudicie, prive di ventilazione, costrette a vivere una sopra l'altra. Le donne vengono violentate e poi obbligate a chiamare le proprie famiglie e chiedere soldi per essere liberate. La loro disperazione è sconvolgente'', prosegue la missiva.
Una narrazione "forzata"? No, è la realtà. Ad ammetterlo è la commissaria Ue responsabile per il Commercio, Cecilia Malmstrom, che a definito la situazione dei migranti in Libia come "atroce". "Ho visitato la Libia, ho visto i centri che non sono centri di accoglienza ma delle prigioni — ha spiegato Malmstrom, che nella passata legislatura era stata commissaria all'Immigrazione —. La situazione anni fa era abominevole e non ho informazioni che la sia migliorata".
L'umanità è morta in Libia. Come è morta in Siria. Ma in queste tragedie che hanno ridotto milioni di persone a una moltitudine di disperati in fuga da guerre e pulizie etniche, dallo sfruttamento e povertà assoluta, non c'è nulla, ma proprio nulla, di "naturale". Non è uno tsunami, non è un terremoto. Sono gli uomini ad aver determinato queste sciagure, con le loro scelte, con le guerre per procura, con il sostegno a regimi sanguinari, con lo scendere a patti con criminali rivestiti da statisti.
Spacciando una cosca del malaffare in una Guardia costiera. Il j'accuse di Msf è possente. Se al mondo esiste ancora giustizia, allora ci sarà una Norimberga libica e sul banco degli imputati non dovranno sedere solo chi si è arricchito con il traffico di esseri umani ma anche quanti non hanno fatto nulla per porvi fine. Pur di rendere "invisibile" questo popolo di profughi si è fatto di tutto.
Per chiudere la rotta balcanica, la Germania ha preteso che l'Europa finanziasse a suo di miliardi (6) di euro il "Sultano di Ankara", al secolo il presidente della Turchia Recep Tayyp Erdogan, perché mettesse un tappo alla rotta balcanica e diventasse il Gendarme esterno delle frontiere europee... Ed ora l'Europa si appresta a riprodurre questo infausto modello in Libia, negli accordi in programma con alcuni tra i Paesi più corrotti dell'Africa, come il Niger e il Ciad. In nome di un freno alla rotta mediterranea, l'Europa ha sdoganato il "Pinochet del Medio Oriente", il generale-presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi.
Nessuno può dire: "Non sapevo". Perché a ricordare cosa sia la Libia sono i rapporti di tutte le più importanti organizzazioni umanitarie – da Amnesty International ad Human Rights Watch, da Oxfam a Msf – le agenzie delle Nazioni Unite. E, soprattutto, le testimonianze di quanti da quei lager sono riusciti a sfuggire. Non annegano nel Mediterraneo, muoiono nel deserto, l'importante è che non vi siano telecamere a riprendere, che non vi siano cerimonie ufficiali da svolgere nelle quali versare ettolitri di lacrime di coccodrillo.
"L'ulteriore supporto navale tecnico e logistico da parte dell'Italia alla Guardia Costiera Libica, deliberato dal Parlamento oggi, non servirà, purtroppo, a lenire le sofferenze dei migranti che attraversano questo paese in fuga da guerra e atrocità Al contrario tale missione, facilitando le attività di rimpatrio non volontario in Libia operate direttamente dalla Guardia Costiera di questo paese, potrebbe avere l'effetto di riportare e bloccare un numero maggiore di migranti in un paese in cui i centri di detenzione sono paragonabili a veri e propri lager, nei quali le persone sono sistematicamente esposte a trattamenti inumani": ad affermarlo è la direttrice delle campagne di Oxfam Italia, Elisa Bacciotti, nel giorno in cui la Camera dava il via libera alla missione italiana in Libia.
Era il 2 agosto scorso. "Una realtà, quella libica, continua Oxfam, fatta di abusi, torture e detenzioni illegali vissuta dalla gran parte dei migranti - arrivati in Libia - per mano di milizie locali, trafficanti e bande criminali, già denunciata a luglio da Oxfam insieme ai partner Borderline Sicilia e Medu (Medici per i Diritti Umani). Persone che arrivano in Libia - paese che non prevede alcun sistema di richiesta di protezione internazionale - fuggendo dalla violenza perpetrata nei loro confronti per trovare solo altra violenza". La realtà è questa. Possiamo fregarcene ma non dire "non sapevamo".
"Sono stato arrestato da una banda armata mentre stavo camminando per la strada a Tripoli- racconta H.R, 30 anni dal Marocco - mi hanno portato in una prigione sotterranea e mi hanno detto di chiedere il riscatto alla mia famiglia (...) Mi hanno picchiato e ferito diverse volte con un coltello. (...) Un muscolo nel mio braccio sinistro è stato completamente lacerato (...) Stavo per morire a causa delle botte (...) Violentavano regolarmente gli uomini. Per spaventarci, in varie stanze amplificavano le urla per le violenze a cui gli altri detenuti erano sottoposti". E ancora..."(...) C'erano circa 300 persone nella prigione (...). Mi hanno fatto fare qualsiasi tipo di lavoro (...). Ci davano da mangiare raramente. Mi picchiavano, a volte mi hanno torturato (...)" – aggiunge C.B., 28 anni, arrivato in Libia dal Gambia. "(...) Ho lasciato il mio paese e ho raggiunto mio fratello in Libia – ricorda K.M. , 27 anni, originaria della Costa d'Avorio, intervistata al CARA di Mineo - Un giorno un gruppo di soldati è entrato nella nostra casa. (...) Mi hanno picchiata e sono stata violentata davanti a mio fratello e mia figlia. Mio fratello ha cercato di difendermi ed è stato picchiato selvaggiamente (...).".
Sono ormai centinaia e centinaia le storie rese pubbliche di uomini, donne e bambini fuggiti da guerra, persecuzioni e povertà nei paesi di origine, arrivate con attese e speranze di una vita migliore in quella Libia divenuta la porta d'Europa, per poi scoprire di essere finite in un vero e proprio inferno. Oggi nel mondo più di 65 milioni di uomini, donne, bambini – gli abitanti di un paese come l'Italia – sono in fuga da violenze, conflitti, fame, povertà, impatti del cambiamento climatico. Queste persone hanno perso tutto: la loro casa, il loro lavoro, spesso la propria famiglia. E in molti, la loro stessa vita. Ma ciò che conta per chi ha responsabilità di governo è che muoiano in silenzio. Invisibili.

Preso da: http://www.huffingtonpost.it/umberto-de-giovannangeli/la-foglia-di-fico-dei-caschi-blu-in-libia_a_23201745/

Nessun commento:

Posta un commento